Prefazione

Francesco Boschi

LE INCANTEVOLI LUCI DELLA VITA

Prefazione di Rino Tripodi

PREFAZIONE

I piccoli, grandi, caldi palpiti della quotidianità

Siamo ormai abituati a romanzi gialli dagli intrecci inverosimili, a foschi noir, a narrazioni di vicende violente, a scritture infarcite di volgarità e di coprolalie.
Tutto ciò trova riscontro sia nelle fiction televisive e nella produzione cinematografica, specie hollywoodiana, sia nella realtà politica e sociale. A tal punto che ormai non è chiaro se è la realtà a essere alla base di produzioni “artistiche” di un certo tipo, oppure siano libri, film, ecc. a influenzare negativamente il mondo comune.

Il nodo scuola

Pertanto, ben vengano romanzi come quelli di Francesco Boschi, che narrano vicende ordinarie di persone normali, con un linguaggio e uno stile misurati e rispettosi del lettore e degli stessi personaggi.
Senza voler rivelare troppo del libro, possiamo affermare che esso ha al centro la scuola, la scuola elementare. Vi traspare un grande amore sia per l’infanzia, sia per quel prezioso mondo – peraltro spesso bistrattato – dell’insegnamento-apprendimento. Come sappiamo tutti, la scuola italiana è affetta da grandi mali, quali la precarietà di molti docenti, la vetustà degli edifici, i fondi che non vengono sempre equamente distribuiti o, meglio, non indirizzati laddove ve n’è davvero bisogno. E, forse, alcuni rimedi escogitati dalla politica son peggio dei mali.
Si pensi alle decine di “riforme della scuola” succedutesi nel corso degli anni, con frequenza via via sempre maggiore, l’ultima quella boriosamente autodenominatasi “Buona scuola” (legge 107 del 2015), targata Giannini-Renzi-Pd, con corollario Fedeli. L’impressione è che si voglia curare un malato con dosi sempre più massicce della medicina che l’ha reso tale e che si getti il bambino assieme all’acqua sporca (fuor di metafora, che si ripulisca la didattica da tante
antiquate concezioni, ma che, assieme a esse, si scaraventi nella spazzatura anche tutto un millenario patrimonio culturale e umanistico).

I bambini e i docenti
Ma, per fortuna, ci sono i docenti (e gli allievi). Nonostante la cattiva stampa, le critiche dettate spesso da ignoranza e alcuni brutti episodi, è pressoché impossibile che un docente, di ogni ordine e grado, non avverta la responsabilità fondamentale del proprio ruolo, non si senta stimolato a dare il massimo – sul piano culturale, psicologico, formativo, affettivo – ai discenti che gli sono stati affidati. In una parola, è pressoché impossibile che un docente non ami il proprio
lavoro e, nel senso più spirituale del termine, non provi un amore sconfinato verso i propri alunni.

È ciò che traspare a ogni pagina del libro di Boschi. La maestra elementare (voce narrante, e allo stesso tempo protagonista del romanzo), è pervasa da un’attenzione continua, una costante sensibilità ed empatia verso gli scolari che le sono stati affidati. Il suo rapporto è di pieno amore.

La banalità del bene
Nella vita, nell’immediato, il male è più forte del bene. Ricordiamo un pugno più di una carezza; il dolore (fisico o psicologico) è devastante, il piacere è passeggero; la bruttezza ci resta più impressa dell’effimera (e precaria) bellezza; superare una malattia è più difficile che restare in salute; le ferite lasciano sempre cicatrici; il torto resta nella memoria più della “normale” giustizia;
siamo tutti soliti dimenticare il bene ricevuto e ricordare solo gli sgarbi subiti.
Eppure, alla lunga, il bene prevale sempre. Perché il male è vincente sul momento, ma non riesce a costruire nulla di stabile e perenne, anzi tende all’autodistruzione. Il bene prevale lentamente, nel tempo, perché ripara, costruisce, edifica, innalza. L’odio e la violenza sono momentanee eccezioni, l’amore è la costante umana.
Il libro di Boschi è, appunto, una delicata sonata al bene della quotidianità, di cui non ci accorgiamo perché è “normale”, mentre fa notizia l’“anormalità”: l’insensibilità, gli egoismi, le prepotenze, le brutalità, le crudeltà. Come ci ha insegnato Hannah Arendt (1906-1975) può essere “banale” anche il male, quando esso è burocratico, senza alcun fascino superomistico, compiuto da gente “comune”. Ma ancora più “banale” è il bene: la solidarietà, la sensibilità, la dolcezza, l’attenzione rivolta agli altri, l’empatia, la fratellanza pudìca, l’amore incondizionato verso il prossimo.
Non ci si accorge del bene, finché non lo si ha più; eppure esso opera di nascosto, come un torrente sotterraneo che è preziosa, quanto invisibile, fonte di vita.

Fuori da ogni Arcadia e da ogni idillio
Peraltro, non si deve cadere nell’errore di vedere lo scritto di Boschi come una fantasiosa Arcadia, un immaginario mondo idilliaco lontano dalla realtà.
Nel suo romanzo sono presenti anche le amarezze della vita, le delusioni, i contrasti. Per esempio, un amore tragicamente interrotto, un rapporto che “non funziona” perché “clandestino”, le relazioni non sempre facili coi genitori degli alunni, le difficoltà quotidiane, le patologie ormai molto diffuse (o riconosciute) come la dislessia.
E, ancora, la frenetica fretta quotidiana, le incombenze, gli obblighi, le tensioni.
Eppure, sul marasma prevale la riflessione, la volontà di porre un argine, di ordinare le apparenti caotiche vicende esistenziali. La protagonista si sforza sempre di ripensare alle proprie azioni, alle proprie giornate, cercando di dare un senso, di guidare lei la propria vita. Nelle ultime pagine del libro annota:

«Non è facile accettare la realtà, non lo è assolutamente.
Non è facile capire quello che la vita vuole dirti, comunicarti, lei arriva così,
da un momento all’altro, senza preavviso, senza bussare alla porta, senza

annunciarsi e, te la trovi lì davanti, che ti guarda e pretende delle risposte.
[…]
Raramente ho visto la vita accontentarsi, è un po’ sadica in questo, la
signora vita, perché lei, zitta zitta, si avvicina, alcune volte attende il
momento migliore, per sé, un po’ meno per te, e ti salta alle spalle urlando
anche “Bu”. […]
ma se lotti, se ci provi, se non ti arrendi, se credi in te e nei tuoi mezzi, se
credi in quello che fai, in quello che hai, che hai fatto e farai, allora, e solo
allora, la vita sarà pronta a farti uno sconto.
Quando speri in qualcosa con tutto te stesso e non arriva, e ti massacri la
mente, quando desideri qualcosa, la vuoi, la cerchi e la disegni, ma lei non
arriva e ti massacri la mente, lasciala là, proprio laggiù, nei meandri dei tuoi
ricordi e aspetta perché lei arriverà, se lo desideri davvero lei arriverà, dalle
solo il tempo di farsi coraggio, dopotutto è solo timida.
Alcune volte lottare ogni giorno stanca, alcune volte verrebbe da “tirarci il
cappello” e mettersi a piangere, ma provarci merita, provarci fortifica e
provarci è il minimo che possiamo fare per poter dire “Ok, non sarà andata
come volevo, ma nemmeno come volevi te… 1-1 e palla al centro…”».

Dunque, alla fine, la protagonista riesce a capire qualcosa del guazzabuglio della vita, quel «pasticciaccio brutto», secondo Carlo Emilio Gadda (1893-1973), e a cogliere il mistero del mondo, che Eugenio Montale (1896-1981) nella poesia I limoni (da Ossi di seppia, 1925), definiva così:

«L’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *